вторник, апреля 12

Boys! review: Maelstrom webzine

Maelstrom webzine:


Like a bunch of crazy stoners, these Russians sound as if they were abducted straight from the Sixties or the Seventies, playing that carefree, hippie, semi-psychedelic desert rock n' roll, and they even got a flute, imagine that!

But there's a twist in the plot here! Suddenly, those sun-baked, blissful moments are being covered with sonic grey clouds that render the music gloomy and transport it into the doom dimensions. Groove-laden melancholia and dark sentiments then rule, playing what little game they play in a circular, repetitive, hypnotic manner; and a trance-inducing riffage is constantly accompanied by that goddamn mischievous flute.



Then there are other unorthodox instruments on display, and while doing their thing, the music sounds like some sort of nature-worshiping, tribal song full of ethos and pathos and folklore, Siberian-style.

And just to add to the confusion, the groove-laden, amplifier-worshiping distortion converges with some mighty deep growls and a gentle, female voice; and once again, the hellish, elvish flute is flirting with everybody and everything - and the party is in full gear.

Imagine Affliction's Prodigal Sun or Convulse's Reflections joining forces with Jethro Tull, indivisible and proud, and there you have it: a groovy, stylish, folk-ish and wickedly well done psychedelic doom/death for the toughest stoners out there, rather than to the effeminate, happy, hippie stoner heads.


суббота, апреля 9

Boys! review: Metalhead webzine

Metalhead webzine:


Tutto di questo disco è acido, a partire dalla copertina verde fluo. Stranamente stiamo parlando di una band russa, che poco ci azzecca con il genere proposto, vale a dire uno Stoner fortemente influenzato dal Doom scandinavo stile Reverend Bizarre. Sei tracce più l’intro strumentale di ben 7 e rotti minuti per una proposta musicale atipica anche per il genere proposto. Possiamo infatti riscontrare nel platter suoni inusuali pure per un’opera Stoner, ossia elementi tribali, percussioni, flauti di pan e ogni genere di suono che possa rimandare alla natura atavica e selvaggia dell’uomo.



Il cantato è ridotto all’osso ma quando parte fa sentire i brividi di un potente growl che quasi va a stridere con la natura “bucolica” del disco. La chitarra e la batteria sono quanto di più settantiano si possa sentire in circolazione, mentre il basso tira fuori un carattere e una ecletticità più che benvenute. Un album da avere senza indugi…


воскресенье, февраля 14

Boys! review: The Pit of the Damned

The Pit of the Damned:


Terzo lavoro per il quintetto siberiano, e successore di quel 'Drunken Tales' che nel 2013 ne aveva sancito la svolta stilistica da un death piuttosto convenzionale a uno stoner-doom dalle forti componenti psichedeliche, accentuate dalla presenza in formazione di un flauto traverso. Come si può facilmente evincere dal titolo dell’abum e dall’artwork, in questo nuovo album gli Evoke Thy Lords hanno intenzione di proseguire su quella strada, accentuando le componenti lisergiche del loro suono. Nel 2013 concludevo la mia recensione di 'Drunken Tales' mettendo in guardia su un possibile appiattimento del suono una volta esauritosi l’effetto sorpresa dovuto allo straniamento dato dall’accostamento di mondi musicali apparentemente distanti, ma il pericolo è, per il momento, scongiurato. Questo 'Boys!' (non vi dispiacerà se abbrevio il titolo chilometrico) rappresenta anzi un’ulteriore evoluzione della formula, in cui la compenetrazione tra la componente doom e quella psichedelica si fa piú profonda e meno naif.



Il disco mette in fila sette lunghe tracce in cui l’equilibrio tra gli elementi è sapientemente dosato. I riffoni ultra-ribassati e rallentati, accompagnati da growl vocals gutturali, ben si incastrano con le dilatazioni space rock in cui fa capolino, qua e là, una voce femminile a fare da contraltare melodico. Secondo me, un deciso passo avanti rispetto al predecessore, che oggi appare acerbo in confronto. Qui c’è una visione piú chiara ed è aumentata anche la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione da seguire. Brani migliori? Difficile scegliere. Direi però che “I Want to Sleep” e “Human Thoughts as a Weapon” riescono a sintetizzare alla perfezione la proposta dei russi, tra desert rock e doom metal. Ottimo lavoro, in grado di piacere tanto ai doomster piú cruenti quanto agli amanti dello space rock di matrice stoner.